Un vecchio pakistano, tre dromedari e mille stelle nel deserto del Thar

Rajasthan, India

 

Il motivo principale per cui avevo inserito Jaisalmer nel nostro itinerario in Rajasthan era il deserto. Adoro gli spazi sconfinati, vuoti, aridi ed estremi, quei luoghi che sanno trasmetterti l’infinito e regalarti panorami che chiedono solo di essere divorati con gli occhi.

Poi certo, nella città d’oro mi sono anche molto divertito a contrattare per un intero pomeriggio una borsa di pelle in un negozietto d’artigianato locale, ma diciamo che quello è successo per caso. Io ero lì per il deserto.

Non troppo famoso, ma sicuramente affascinante, il deserto del Thar separa l’India nord-occidentale dal Pakistan un confine spinoso e caldo come la vegetazione che qui vive. Un deserto roccioso più simile ad una immensa prateria di ciottoli e sassi che racchiude una piccola oasi fatta di gigantesche dune sabbiose protagoniste di scenari tipici degli Erg africani.

E noi non vediamo l’ora di immergerci nella sua atmosfera e dormire sotto le sue stelle.

E’ inizio Dicembre, le giornate sono calde al punto giusto e dopo una mattina passata a visitare la città, a metà pomeriggio saliamo su una vecchia Jeep e sobbalziamo allegramente per un’ora abbondante. Il paesaggio si fa sempre più arido fino a quando ci fermiamo ai margini di una radura.

Intorno a noi nulla, solo piccoli cespugli pieni di polvere e, in lontananza, dei piccoli puntini.

Rajasthan, India

 

Il nostro autista ci invita a scendere verso la piana sottostante e andare incontro ai veri protagonisti di questa avventura: i dromedari.

In preda all’euforia cominciamo a camminare e fissiamo i puntini che prendono sempre più forma. Sono tre grossi animali e due persone, un uomo indiano e un vecchio signore pakistano in abiti tradizionali che ci accolgono in maniera sobria ed educata.

L’indiano è il boss e, dopo alcuni minuti necessari a caricare le povere bestie di coperte, viveri e altro, ci invita a salire. Ognuno ha il suo dromedario tranne il povero pakistano che ci guiderà a piedi. Povero.

Ora, nell’immaginario collettivo, cavalcare un cammello o un qualsiasi ungulato del deserto, viene associato ad un momento divertente, emozionate e inconsueto. Il problema è che se lo fate per dieci minuti in un finto accampamento di beduini egiziani vicino al Mar Rosso magari è così, ma se il tutto dura due ore abbondanti e la vostra sella è rotta stiamo parlando di tutta un’altra storia. Una storia di maroni fracassati, in senso materiale e non figurato.

Dopo i primissimi passi, le iniziali risate puntandosi il dito l’uno con l’altro e l’emozione di trovarsi a tre metri da terra in uno scenario lunare, ecco dopo pochissimi minuti di tutto questo ho sentito un forte e costante dolore alle parti basse.

Rajasthan, India

 

Ogni passo del mio stanco destriero era come un pugno tra i miei gioielli di famiglia. E così fu per due ore.

Capirete che la vista delle prime dune sabbiose rappresenta per me molto più di un paio dì occhi stropicciati di meraviglia, ma puro e autentico sollievo e felicità. Siamo arrivati nel cuore del deserto, questa notte dormiremo qui.

Rajasthan, India

 

Mentre le nostre guide preparano la cena, noi cavalchiamo le dune gioiosi come bambini scattando foto e ammirando un panorama che diventerà sempre più incantevole con il calar del sole. Uno dei tramonti più belli della mia vita.

Rajasthan, India

 

Ci siamo solo noi e un altro gruppetto di turisti qualche centinaio di metri lontano, a malapena visibili e udibili. E’ fantastico.

Ci sediamo intorno al fuoco mentre la notte inghiotte le dune.
Chiacchieriamo tra noi e con le nostre guide, ceniamo devo dire molto bene e osserviamo divertiti il pakistano che lava i piatti con la sabbia come è tipico fare tra le popolazioni del deserto.

L’indiano sembra divertirsi con noi, ci dice che siamo “very funny” salvo poi scomparire all’improvviso senza proferir parola. Pensa se non gli stavamo simpatici!

Il suo socio ci prepara il letto che, vista la mia scelta di fare l’avventuriero, non prevede altro che dei teli di cerata per terra e qualche coperta al profumo di natiche di cammello. Mi avevano anche proposto la tenda, ma vuoi mettere dormire sotto un tetto di stelle?

La notte parte con un po’ di adrenalina quando nel buio più totale sentiamo delle gocce d’acqua – io sono famoso per far piovere anche nei deserti – e mentre ci lambicchiamo il cervello su cosa e come fare visto che qui non c’è neanche un alberello sotto cui proteggersi, un animale non identificato salta sulla pancia della Silvia e scompare nell’oscurità.

Tranquilli, qui ci sono anche scorpioni, ragni e serpenti, quello al massimo era una volpe del deserto.

Il sonno stenta a schiantarmi perché il buon pakistano russa come un tenore, scatarra come un tossico e continua a muoversi verso di me, finché quasi non mi dorme addosso. Mi fa un po’ schifo, ma tanto sono già infagottato in teli umidi e coperte putride, per terra.

La notte finalmente volge al termine e visto che non capita tutti i giorni di trovarsi in un angolo di mondo così magico, ci facciamo forza e andiamo a gustarci l’alba, una rarità per me. Intorpiditi dal freddo, stanchi per la notte movimentata e sporchi come si conviene in queste occasioni, ce ne freghiamo di tutto e facciamo il pieno di bellezza, colori e aria frizzantina.

Rajasthan, India

 

Colazione e via, altre due ore di dromedario. Ma questa volta il premio per me non è la sella rotta, ma il pakistano – che ormai è un amico e in fondo mi sta simpatico – che si accomoda dietro di me e mi omaggia del suo odore deciso e della sua tosse catarrosa.

Rajasthan, India

 

Arriviamo alla jeep che ci aspetta per riportarci indietro. In queste due ore sono diventato ancora più amico del pakistano e, prima di andarmene, vado per salutarlo calorosamente. Lo cerco e lo vedo di fronte a un albero che sta usando come sparring partner per una copiosa pisciatina.

Torna verso di me sorridente e alleggerito, mi porge la mano con cui ha appena espletato la minzione e io che faccio? Lancio il mio cervello in Tibet, cerco di non pensarci, gli stringo la mano, lo ringrazio sentitamente e corro sulla jeep esigendo repentinamente: “Amuchinaa!!!”

Per tutto il viaggio di ritorno non farò toccare nulla a quella mano, neanche le dita tra loro.

In albergo ci laviamo via lo sporco e la fatica, ma facciamo attenzione a tenere con noi tutta la bellezza di queste 24 ore assolutamente fantastiche.

Io amo i deserti.

 



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