Storie indiane – Vicissitudini intestinali a Old Delhi

Delhi, India

 

L’India. I profumi delle spezie, i colori dei sari sgargianti, il fascino dell’induismo, gli antichi fasti dei Maharaja e i leggendari tourbillon intestinali.

Il subcontinente indiano è sicuramente il paese più controverso e polarizzante del mondo ed è anche la destinazione su cui ho scritto più articoli in questo blog.

Ho parlato del suo bello e del suo brutto, dei suoi splendori e del suo sporco, dei suoi magici abitanti e delle sue mucche sacre, dei suoi slum e dei suoi gioielli artistici.

Delhi, India

 

Oggi invece vi racconto una storia indiana, personale, intima e ve la racconterò di getto, anzi di pancia.

Siamo a Delhi, penultimo giorno di un primo breve viaggio indiano che mi ha messo alla prova da molti punti di vista.

Dopo una mattinata in giro per la parte nuova della città, ci facciamo portare da un rickshaw a Old Delhi e scegliamo un ristorante sul tetto di un fatiscente edificio per pranzare.

Il livello di pulizia è assolutamente in linea con il resto del paese: agghiacciante.

Ci sediamo, ordiniamo qualcosa di cotto e potenzialmente poco dannoso e appena arrivano le patatine vedo un bel topo che sbuca da un pertugio nel muro.

L’aria è fresca, il rumore poco, la fame media quindi evito di menzionare l’episodio ai miei commensali e mi tuffo con un po’ di disgusto sulle mie patatine fritte.

Passano pochi minuti dalla fine del pranzo e, repentina come un fulmine a ciel sereno, sento una lama tagliente attraversarmi il basso ventre. Non ci sono dubbi, ormai conosco il mio corpo: sono fottuto.

In India, la diarrea del viaggiatore o di chiunque altro non conosce mezzi termini e non fornisce preavviso.

Figuriamoci se ti lascia il tempo di tornare in hotel.

Chi mi conosce sa che piuttosto che espletare i miei bisogni in giro preferisco soccombere in prolungate attese, ma oggi è inevitabile.

Faccio i conti con la realtà e mi dirigo verso una porta anonima che mi indicano come bagno. Accendo la luce e trasalisco in preda al malessere e alla vista.

Il pavimento di piastrelle bianche è ricoperto da quella tipica acquetta nera che si forma a fine serata nei cessi delle discoteche. Il water è anch’esso ricoperto da polvere e macchie di acqua sporca, ma onestamente in India ne ho visti di molto peggio. Per finire e aggiungere una nota di colore, dentro al lavandino c’è la batteria di una macchina.

Le mie budella gridano pietà, non ho tempo di fare il fighetto.

Faccio ricorso a tutte le mie doti di equilibrista e goffamente assumo la famigerata posizione del windsurfer.

Posa plastica fondamentale per evitare qualsiasi contatto con qualsiasi cosa. Nello specifico:

–    Corpo semi accovacciato con tensione spasmodica sui quadricipiti
–    Braccia dritte in avanti per bilanciare il peso
–    Pantaloni arrotolati ai polpacci per eludere l’acquetta infame
–    Maglietta tirata su fino al mento per non farla appoggiare al retro del water

Il mio corpo già provato dallo sconvolgimento intestinale, fatica non poco a tenere la posizione.

Resisto, qua le cose vanno per le lunghe.

Dopo un periodo indicativamente compreso tra cinque e dieci minuti, il mio equilibrio viene interrotto da un inaspettato e fragoroso rumore. Bussano alla porta.

Oh cazzo! Già sono in difficoltà, ci mancava un altro povero cagone.

Non riesco neanche a finalizzare questo pensiero che bussano di nuovo. Con più forza.

Rimango in silenzio, cosa posso dire ad un indiano che si caga addosso?

Cerco di concludere il mio travaglio, ma ribussano. Più forte e ora mi urlano qualcosa.

Bum bum bum, parole, anzi urla incomprensibili. Sono frustrato, dolorante, sudato e ora anche incazzato. Chiunque ci sia là fuori continua senza sosta, al che con tutto il mio disagio urlo: “Sa vuuuuuutttttt!!”

Ora, vorrei dirvi che è un forbito insulto hindi, ma la realtà è che quando mi imbufalisco il mio IO ritorna alle origini. Semplicemente significa “Cosa vuoi” in romagnolo.

Ovviamente non sortisco nessun effetto, mi ricompongo meglio che posso. Mi sciacquo le mani di fianco alla inopportuna batteria nel lavandino ed esco dal bagno curioso di vedere quale problema affligge il mio molestatore.

Apro la porta e sibilo: “Cosa c’è!?!”

Davanti mi trovo un ragazzo indiano che, appena mi vede, sgrana gli occhi come se avesse incrociato un topo più grosso di quello di prima. Spalanca la bocca e scuote la testa, balbetta qualcosa e poi, affiancato da un amico se ne va a passo svelto.

Questo idiota non aveva nessuna urgenza, ma pensava che in bagno ci fosse un suo amico e gli stava mettendo fretta per andarsene chissà dove.

Tumefatto e sconsolato, so di non essere ancora a posto. Saluto la mia truppa, prendo un rickshaw al volo senza contrattare e mi faccio portare al mio hotel dove mi aspetta il secondo round. Questa volta però in santa pace.

Incredible India, in tutti i sensi.
 

 



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