Milano e l’Isola che non c’è (più)

 

Abito a Milano da 12 anni, in Isola da 11. Questo non è un racconto di viaggio, ma una riflessione sul mio quartiere, sulla sua gentrificazione recente e costante e su cosa è cambiato. Una trasformazione radicale che, nel giro di qualche decade, ha portato uno dei bassifondi milanesi a diventare il quadrilatero più cool e hipster della città, dove tutti vogliono vivere, cenare, esserci.

Ma partiamo dall’inizio. Cosa vuol dire questa parola, gentrificazione? Prendiamo la definizione di Wikipedia e in particolare la citazione di tale C. Hamnett che non so chi sia, ma rende bene il concetto.

“…un processo complesso, o un assieme di processi, che comporta il miglioramento fisico del patrimonio immobiliare, il cambiamento della gestione abitativa da affitto a proprietà, l'ascesa dei prezzi, e l'allontanamento o sostituzione della popolazione operaia esistente da parte delle classi medie.

In soldoni quello che succede è questo.

La città cresce, le persone aumentano, gli affitti e i prezzi delle case pure, nessuno vuole vivere in posti brutti, ma qualcuno è costretto a farlo e quindi si creano quartieri popolari. Tra i tanti, ce ne sono alcuni più centrali che per motivi storici non hanno avuto successo, ma in quel dato momento rappresentano l’unica soluzione per studenti, artisti squattrinati e giovani rampanti con grandi idee e piccoli portafogli.

A questo punto il quartiere disagiato comincia a popolarsi di bella gente: giovani, dinamici, vivi, vivaci. L’atmosfera è ancora trasandata, ma cominciano a spuntare localini alternativi, officine convertite in pub, semplici pizzerie e poco altro. Insomma, la zona sembra cominciare a pulsare.

Le istituzioni, consapevolmente o anche no, danno anche loro una mano: una fermata di metro più vicina, una ripulita alla zona della ferrovia e poco altro. Però, non male.

Ora il quartiere non è più così da buttare e i primi temerari si trasferiscono qui, non per forza e non più solo chi fatica ad arrivare a fine mese. I più sagaci fiutano le potenzialità e anche il commercio e la ristorazione si affacciano per constatare che l’aria è cambiata. Da qui il climax è rapido e repentino.

Si sparge la voce: il quartiere è cambiato! Se ne parla, aprono locali, gli amici si trasferiscono, trovare casa è sempre più difficile, ma che figo abitarci e… les jeux sont faits. Il quartiere è ormai trendy, nessuno vende più case, i prezzi diventano stellari e ogni giorno apre un posto nuovo. E non più uno di quei posti alternativi, cool e dall’atmosfera intima, ma locali di ogni specie e risma.

Questo è successo a Williamsburg a Brooklyn e in tanti altri posti nel mondo tra cui in Isola a Milano.

Isola nasce a cavallo tra la fine dell’800 e l’inizio del secolo successivo e il suo nome potrebbe derivare dalla sua conformazione e/o dal fatto che fosse separata dal resto della città dalla ferrovia. (In via Borsieri c’è un targa che ne parla). Vicina a numerose fabbriche e tagliata fuori dal centro città, Isola era a tutti gli effetti un quartiere popolare e operaio e così è stato fino alla fine del secolo scorso.

Anzi, peggio. Se parlate con un over 30 della Milano bene e nominate l’Isola quasi sicuramente costui storcerà il naso perché intorno agli anni ’70 e ‘80 questo era uno dei Bronx della città meneghina.

La mia esperienza da abitante comincia nel 2005 anno in cui il processo di gentrificazione era già in atto – le case già costavano più che nelle zone limitrofe e non più solo studenti e squattrinati vivevano qui – ma la fisionomia del quartiere era anni luce da oggi.

I locali si contavano sulle dita di una mano: Frida e Nord Est come pub, Antichi Sapori come ristorante, il Blue Note per una serata blues, un ristorante cinese e uno indiano. Poco altro.

Per qualche anno siamo andati avanti così. Atmosfere rustiche, locali veramente alternativi con pochi fronzoli e molto stile, un mercato multicolore e un’identità di quartiere molto rara in quel di Milano. In Isola c’erano solo gli “isolani”, nessuno veniva qui perché non c’era motivo. Al massimo si faceva una capatina per un concerto al Blue Note o una birra al Frida, vere istituzioni meneghine.

Poi abbiamo vissuto un paio d’anni di relativa calma. Qualche nuovo locale, sparuti movimenti e l’impressione che il mio quartiere cominciasse a ricevere timidi apprezzamenti.

Il passo successivo è stato quello più bello per chi ci abita. Il momento in cui Isola prende vita, aprono negozi e finalmente qualche ristorante carino (l’offerta era molto carente in effetti!). C’è movimento, ma lo spirito è quello giusto, semplice e alternativo come piace a me. Chi apre un business nuovo è “uno di noi” o almeno condivide l’identità del quartiere e propone un’offerta in linea con il mood isolano.

Ad un certo punto arriva il boom, onomatopea quanto mai concreta. Vedi i tuoi amici che dai Navigli o da fuori Milano vengono all’Isola e ne parlano come se fosse la cosa più ovvia e cool da fare. Spuntano come funghi supermercati, ristoranti da vecchi tromboni, sushi corner e angolini per il brunch.

Ad oggi si contano sette posti che fanno hamburger (magari anche di più), almeno 3 cocktail bar, pizzerie gourmand, chinese-bistrot, boschi verticali, locali senza identità e alcune tra le vie più care di Milano.

Sempre più difficile trovare una birra a 5 euro – lasciamo stare i tempi dell’aperitivo a 3,5 euro– sempre più facile farsi spennare e mangiare male, quasi obbligatorio prenotare, ormai impossibile abitarci per studenti e bohémien e una pacifica, ma sgradevole invasione di milanesi in visibilio per l’Isola.

Non ho una chiusa efficace e definitiva per questo articolo, avevo solo voglia di scriverlo. La gentrificazione è un fenomeno fisiologico, che porta un cambiamento netto che disorienta, ma è inutile opporsi.

L’isola non c’è più, almeno quella che ho vissuto io. Non oso immaginare quella di qualche anno prima con le botteghe degli artigiani e i vicini che si conoscevano, ma questa è un’altra storia.

Eccone una nuova, stravolta, rinnovata, rivestita di abiti che a volte la fanno sembrare fuori luogo, fuori posto, ma in altre occasioni apparire di una bellezza inaspettata.

Una cosa è rimasta identica però. Ancora oggi l’Isola è un quartiere, diverso, ma con una sua anima rionale. Al contrario di altre zone di Milano, qui ci sono confini chiari, senso di appartenenza e un’atmosfera unica che respiri subito appena ci metti piede. Superato il ponte di Farini o dopo la discesa di Gae Aulenti capisci immediatamente che hai cambiato zona, registro, aria.

Non è una cosa da poco, ma una caratteristica sempre più rara che va custodita con piacere e un pizzico di gelosia.

 



2 pensieri su “Milano e l’Isola che non c’è (più)

  1. Bell'articolo. Ricordo l'isola "operaia" del dopo-guerra, in cui coabitavano la Coop.Sassetti e l'oratorio del Sacro Volto. I funerali di sinistra con la banda che suonava il "Va Pensiero" e le processioni di Don Eugenio – obbligatorie per gli alunni della scuola elementare-  nel mese mariano. Sul finire degli anni '50 le fabbriche sono uscite dall'Isola ed è iniziato un periodo di degrado economico e del tessuto sociale. Il cavalcavia "Bussa" testimonia tutt'oggi il progetto di trasformare il quartiere distruggendo le case di ringhiera. Non è mai stato un vero Bronx ma certamente la prima tappa dell'immigrazione meno qualificata.
    È rimasto il quartiere popolare più vicino al centro della città e nonostante le ferite sofferte mantiene un suo vivace e distinto calore.
    Trovo la gentrificazione quasi buffa, una sorta di contrappasso rovesciato, un assedio al duro carattere di chi preferirebbe rimanere separato e diverso.
    Non è solo l'Isola che è cambiata. È tutta Milano che cambia, fortunatamente a volte anche in meglio. 

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