In Palestina – un muro lungo migliaia di anni

Betlemme, Palestina

 

La bellezza di viaggiare non risiede solo nello stropicciarsi gli occhi per le meraviglie che si parano davanti a noi, ma anche nel conoscere, scoprire, toccare con mano. Non per forza e non sempre si tratta di qualcosa di positivo. La situazione intricata, spinosa e lacerante tra Palestina e Israele rientra sicuramente in questa categoria.

Come tanti ne ho sentito parlare centinaia di volte, ho letto qualche articolo e alle medie avevo lavorato ad un approfondimento ai tempi di Rabin e Arafat. Poi, come purtroppo spesso succede, la distanza, la routine e lo sfibrante protrarsi di questo conflitto ha un po’ offuscato il mio interesse.

Fino a quando non siamo andati in Israele dove da subito, il problema appare lampante e tangibile.

Ora, otto giorni di cui una mezza giornata in Palestina non sono sufficienti per avere un quadro chiaro, completo e imparziale su questo groviglio storico-religioso, ma sono sicuramente abbastanza per aprire gli occhi e rendersi conto di cosa vivono ogni giorno queste persone.

Scrivo questo post perché poche volte rimango impressionato e scosso e quando succede significa che di mezzo c’è qualcosa di incredibile. Incredibile, come il muro in Cisgiordania.

Il muro, i mitra, i controlli, gli sguardi torvi, gli occhi tristi, i visi silenziosi, i coloni, gli insediamenti.

Ma andiamo con ordine.
La militarizzazione della vita quotidiana è ovunque in Israele, soprattutto a Gerusalemme e nelle area a maggior densità musulmana. Metal detector, militari in tenuta anti sommossa e giovani che passeggiano con in mano un mitra sono le prime immagini che vedi. I taxisti invece, sono le prime storie che ascolti.

Gerusalemme, Israele

 

Sono loro che, in gran parte islamici, ti introducono a tutta una serie di follie quotidiane e non. Cominci a sentir parlare di confini che non esistono, terreni espropriati dalla sera alla mattina e convivenza forzata spalla a spalla con persone che si odiano o, nella migliore delle ipotesi, sono incazzati neri.
La voce è pacata, il tono rassegnato e si intravede sempre un retrogusto amaro e interrogativo. Perché?

Ma è solo prendendo il pullman arabo che da Gerusalemme ti porta, in soli 30 minuti, a Betlemme che la nuda verità ti si materializza davanti. I cartelli stradali e le insegne sono scritte in arabo, hijab variopinti spuntano lungo i marciapiedi e il panorama ben presto assume le sembianze di un medio oriente che in Israele non esiste. Eccoci in un altro mondo.

Scesi dal bus contrattiamo con un taxista che ci porterà a visitare i principali siti di Betlemme tra cui, per ultimo, il muro costruito una decina di anni fa. Con il suo inglese maccheronico ci spiega alcune cose, tra le tante rimango scioccato dai “settlement”.

I settlement sono le colonie israeliane in terra palestinese. Di base, il governo d’Israele decide arbitrariamente che un pezzetto di Cisgiordania da domani sarà sua, distrugge eventuali proprietà private, confisca i terreni e vi costruisce una specie di cittadella dotata di ogni comfort e sicurezza. Finito il lavoro, con vari tipi di incentivi economici incoraggia i suoi abitanti a trasferirsi lì.

Noi vediamo da lontano uno di questi settlement. Enormi palazzoni bianchi recintati sopra ad una collina e tutto intorno, a distanza di sicurezza, le piccole casette dei palestinesi. Un immagine veramente stridente.

La sensazione di instabilità continua ad accompagnarci alla Basilica della Natività visto che oggi è il giorno di Epifania e controlli e posti di blocco li fanno anche i palestinesi.

E poi arriva il muro.

Betlemme, Palestina

 

Da lontano si intravede sinuoso che si snoda tra i pendii della Terra Santa segnando confini incomprensibili, ma è una visione ad intermittenza e stemperata dalla distanza. Il nostro taxi sfreccia tra le strade di Betlemme e all’improvviso parcheggia a pochi passi dal muro. Scendiamo e rimaniamo in silenzio con gli occhi sgranati e un groviglio nello stomaco.

Il muro è alto dieci metri e sulla sua sommità c’è una rete metallica di filo spinato. Se dieci metri vi sembra solo un numero provate a pensare ad un palazzo di tre piani e mezzo, rendo l’idea?

Il muro è formato da decine di pannelli di cemento armato che, grazie ai coloratissimi murales, raccontano storie di speranza e inneggiano alla libertà. Ogni cento metri c’è una torretta di sorveglianza con telecamere fuori e uomini armati dentro. Ogni cazzo di 100 metri.

Rimaniamo a disagio e silenti per qualche minuto e poi torniamo al nostro taxi e al nostro bus che ci riporta a Gerusalemme.

Prima però, il famoso check point.

Se per entrare a Betlemme nessuno ci ha chiesto nulla, prima di rientrare in Israele il bus si ferma e, come in tutte le dogane, dobbiamo mostrare i nostri passaporti. Ma diversamente da tutti i confini che ho attraversato via terra, non sono io a scendere, ma sono due militari vestiti di tutto punto e con l’immancabile mitra, che salgono a bordo.

Palestina, Israele

 

I loro sguardi e le loro parole sono duri, sospettosi, arrabbiati. E quando si rivolgono ad un palestinese ancora di più. Controllano i documenti e con frasi lapidarie e gesti inconfondibili intimano di scendere a più di una persona. Il mio vicino di bus mi spiega che hanno i documenti, ma non i visti. I malcapitati accennano timide proteste che servono solo a far innervosire ulteriormente i militari. Devono scendere, scendono e non so se mai risaliranno su un bus verso Israele.

Con noi i soldati sono più cortesi, certo non gentili.

Torniamo a Gerusalemme, torniamo a casa, torniamo alla nostra vita. Ma questa volta non dimenticherò facilmente quello che ho visto e ascoltato. Non voglio dare giudizi, conosco troppo poco, ma quel muro, quelle colonie e quei militari li ho visti. Non sono invenzioni di nessuno.

 



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